Le rane si aprono, per combinazione, parlando della merda (letterale) che a un servo di Dioniso dal profetico nome “Rosso” tocca portare sulle spalle in un sacco. Nella commedia Aristofane enunciò per la prima volta una forma di quella che poi diventerà nota come legge di Gresham: «La moneta cattiva scaccia quella buona». Ma la sua formulazione era molto più concreta, e non richiedeva nessuna conoscenza di economia: bastava una minima pratica di vita sociale, perché lo scrittore ateniese aveva semplicemente notato che «il politico cattivo scaccia quello buono».

E se la cosa valeva ai tempi dei Greci, immaginiamoci oggi, con l’imbastardimento della politica provocato dalla discesa in campo della pubblicità, che ha sostituito il dibattito sulle idee e sui contenuti con la vendita di un prodotto e di un marchio. A scanso di equivoci, l’infausto evento non data dal 1994 e dalla discesa in campo di Berlusconi: si è trattato piuttosto di un graduale svilimento provocato dalla progressiva invasione dei media nella vita quotidiana del mondo occidentale, iniziata negli Stati Uniti molto prima che da noi.

Basterà ricordare l’uso della fotografia fatto da Abraham Lincoln, o della radio da Franklin Delano Roosevelt, o della televisione da John Kennedy. Anzi, Marshall McLuhan identificò il punto di non ritorno proprio nella campagna per le elezioni presidenziali statunitensi del 1960, quando i dibattiti fra i due candidati vennero trasmessi simultaneamente alla radio e alla televisione, ed ebbero esiti contrapposti: la sostanza delle argomentazioni di Richard Nixon prevalse infatti tra gli ascoltatori della prima, e l’apparenza del look di Kennedy tra gli spettatori della seconda.

Non c’è dunque niente di nuovo, qualitativamente, nella strategia di Berlusconi prima, e Renzi poi, di presentare sistematicamente alle elezioni “candidati che hanno le caratteristiche necessarie per farsi eleggere, ma non per governare”, a partire da loro stessi: le regole del gioco sono quelle, da molto prima che ci fossero loro. Al massimo si può loro imputare di essersi montati la testa e aver perseguito politiche più imperiali che presidenziali: imponendo al governo, ad esempio, ministri che in fondo non costituiscono altro che una modesta riproposta dei venerandi cavalli di Caligola.

Anche da un punto di vista darwiniano non si può che notare, pur dolendosene, il fatto che “nella lotta per la sopravvivenza nella vita parlamentare, la selezione elettorale privilegia i più adatti”. E si deve accettare volontariamente l’inevitabile: in biologia, come in politica, “più adatto” da un punto di vista competitivo o evolutivo non significa necessariamente “migliore” da un punto di vista etico o morale. Anzi, spesso e volentieri significa l’esatto contrario.

È comunque da tempo, e forse da sempre, che la politica è ridotta a pura rappresentazione. I leader di ogni Paese e di ogni parte sembrano poco più che attori (quando, come Ronald Reagan, non lo erano per davvero), che leggono i discorsi dei loro ghostwriter (da noi chiamati una volta “scorreggette”), muovendo come automi la testa da un gobbo elettronico all’altro per simulare una parvenza di spontaneità. E se il discorso per sbaglio è quello di qualcun altro, lo leggono comunque senz’accorgersene, com’è successo il 17 marzo 2009 al premier irlandese Brian Cowen alla Casa Bianca.

I parlamentari, invece, sono poco più che comparse che recitano un copione stabilito dalle segreterie dei partiti. L’unica cosa che li accomuna sono i privilegi. E il fatto che La casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (Rizzoli, 2007), che descrive appunto l’allegra (per loro) e scandalosa (per noi) vita della nomenklatura politica italiana, sia diventato un best seller da più di un milione di copie, non è altro che il segnale di un fastidio generalizzato verso i parassiti delle aule parlamentari, che sta ormai dilagando nella popolazione.

Qui i costi non c’entrano per nulla, perché La questua di Curzio Maltese (Feltrinelli, 2008) ha dimostrato che per la religione siamo costretti a sborsare più soldi che per la politica. Ma non per questo i preti, i vescovi e i cardinali vengono percepiti come sanguisughe, alla stessa stregua dei consiglieri regionali, degli onorevoli e dei ministri, come sarebbe invece corretto e giusto che fosse.

Se le cose stanno comunque così, viene da chiedersi perché mai ci si dovrebbe appassionare alla telenovela delle elezioni, siano esse locali, nazionali o europee. Infatti la partecipazione è in costante calo, e sia negli Stati Uniti che da noi è ormai arrivata alla metà degli aventi diritto: il che significa che si può ormai essere eletti con il 25% dei voti dell’elettorato, alla faccia della democrazia. Ad esempio, alle elezioni europee del 2014 il Pd ha ottenuto il 40,8% dei voti, e i votanti sono stati il 58,7% degli aventi diritto: dunque, nel suo strombazzato “plebiscito” Renzi ha ricevuto solo il consenso di un misero 23,9% (meno di un quarto) degli italiani.

Ma c’è un altro e ben più grave problema, consistente nel fatto che una parte del rigetto provato da molti elettori nei confronti della classe politica viene consciamente attribuito alle malefatte degli eletti, ma deriva in realtà inconsciamente dalla percezione rimossa di un problema strutturale del sistema. Una volta lasciata affiorare ed espressa, questa percezione si traduce nell’affermazione più esplosiva e politicamente scorretta che si possa fare nel campo:

Il sedicente sistema democratico, quale lo conosciamo e lo pratichiamo, è ormai un anacronismo che ha fatto il suo tempo, e non risulta più adeguato per affrontare la complessità e la velocità del mondo moderno.

Per far due esempi cruciali, pensiamo alle elezioni legislative italiane del 2001 e del 2008. In entrambi i casi chi ha vinto ha ricevuto un mandato a governare, ma non certo ad affrontare i due maggiori problemi del decennio, che non erano sul tappeto nelle campagne elettorali, e sono esplosi inaspettatamente solo dopo le rispettive elezioni: l’11 settembre, dapprima, e la crisi finanziaria ed economica, poi.
Un sistema che incatena gli elettori alla delega in bianco che essi hanno dato alla “maggioranza” per cinque anni, e relega ad esempio la protesta mondiale contro la guerra in Iraq a una pura manifestazione di piazza, dimostra di non essere in grado di riflettere le istanze dei cittadini, e non merita di essere rispettato e condiviso.

Per questo molti, e io sono fra quelli, incominciano a rivendicare l’astensione dal voto come una scelta di protesta radicale contro il sistema: quale esso è, nella teoria dei politologi, e quale esso è diventato, nella pratica dei politici. José Saramago ha potentemente illustrato, nel romanzo Saggio sulla lucidità (Einaudi, 2005), l’analoga scelta di votare invece scheda bianca. In entrambi i casi, una maggioranza di astensioni o di schede bianche non avrebbe valore secondo le regole del gioco elettorale attuale, anche se l’avrebbe secondo quelle del gioco referendario, ma scuoterebbe comunque le fondamenta del sistema.

Molti, e io sono di nuovo fra quelli, andrebbero invece volentieri a votare per un’Assemblea Costituente che avesse il mandato di ripensarlo radicalmente. Purtroppo, la farsa della democrazia in salsa renziana pretende di imporre la riforma del sistema a suon di raffazzonati colpi di maggioranza, con la compiacenza servile di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, e composto da un manipolo di trasformisti che saltano da un partito all’altro come grilli. Un ottimo modo, questo, per confermare anche oggi le intuizioni di Aristofane: che la politica è un sacco di merda che i cittadini devono portarsi sulle spalle, e che i politici cattivi scacciano sempre quelli buoni.


da “Il giro del mondo in 80 pensieri” di Piergiorgio Odifreddi

Piergiorgio Odifreddi