Cent’anni del Signor Bonaventura e del suo milione. Chi non lo vorrebbe ancora oggi un milione? E cent’anni della sua sventura iniziale, «qui comincia la sventura…», che si capovolge sempre in buona ventura, come spiega lo stesso nome. Del resto il Signor Bonaventura, scritto, disegnato e poi messo in scena e interpretato da Sergio Tofano, nasce, sulle pagine del Corriere dei Piccoli, glorioso inserto illustrato del Corriere della Sera, il 28 ottobre 1917, negli stessi giorni della tragedia di Caporetto. E deve divertire i bambini italiani col suo impassibile ottimismo assieme al fido Otto il Bassotto che «il color ha del risotto », al Bellissimo Cecè e al torvo Barbariccia «dalla maschera verdiccia», mentre si sta ancora combattendo una guerra terribile e sanguinosa. La sua buona ventura finale è costruita in contrapposizione alla mala ventura di Fortunello, grande protagonista, allora, delle pagine del Corrierino.

Fu il direttore del giornale, Silvio Spaventa Filippi, dopo aver pubblicato molte novelle illustrate di Tofano (o Sto, come si firmava) fin dal 1912, a offrirgli le prestigiose due pagine esterne del giornalino chiedendogli proprio un fumetto sulla scia di Fortunello. Nel 1917 Tofano era già noto non solo come attore teatrale (aveva pure esordito in due film muti nel 1916), ma anche come disegnatore. Sia per giornali per bambini, come Il Giornalino della Domenica di Vamba, che per riviste di moda, come Lidel. Tofano porta nel suo Bonaventura gran parte di se stesso, della sua figura magra e ossuta, e della propria esperienza teatrale. Come scrive Attilio Bertolucci, «nasce già grande, d’età indefinita, piuttosto giovane si direbbe, non giovanissimo, mettiamo sulla trentina, gli anni che aveva allora, pressappoco, il suo creatore». Bonaventura è quindi lo specchio di Tofano, e sarà naturale per lui portarlo a teatro vestendone il costume da lui stesso disegnato. Anche se ciò accadrà dieci anni dopo, Bonaventura diventa da subito una maschera, anzi, «l’ultima maschera della commedia dell’arte», come scriverà Silvio D’Amico. Alla teatralità della maschera unirà quella grazia, quel buon gusto e una sorta di understatement altoborghese, come lo definisce Bertolucci, che lo distingue da tutti.

Figlio di un magistrato napoletano, nato a Roma il 20 agosto 1986 (dove morirà il 28 settembre 1973), Tofano, laureato senza convinzione per far contento il padre, si era sentito subito diviso fra due passioni, il teatro e il disegno. Pur non brillando nei corsi di recitazione di Santa Cecilia a Roma, «mi dicevano che avevo la voce da gobbo, l’accento romanesco, una figura meschina», fa una rapida carriera nel teatro, soprattutto quando, nel 1927, mette in piedi la Compagnia Comica Italiana Almirante -Rissone- Tofano, che durerà fino al 1939 e dove reciteranno con lui campioni come Vittorio De Sica, Gino Cervi, Checco Rissone. È con questa compagnia che metterà in scena, il 17 marzo del 1927 al Teatro Carignano di Torino, su richiesta di Luigi Almirante, la prima commedia di Bonaventura, Qui comincia la sventura. Delle sei commedie di Bonaventura, è quella preferita da Tofano, «perché è più pura e omogenea, in essa vi sono soltan-to i personaggi familiari al mio comico e melancolinco eroe». Li troviamo infatti tutti, dal Bellissimo Cecè, intepretato da Luigi Almirante, al Bassotto interpretato da Checco Rissone, alla moglie dell’eroe, interpretata dalla sua stessa moglie, Rosetta Cavallari, che aveva sposato nel 1923.

Non perde certo l’idea vincente del milione. Negli anni aveva anche cercato dei finali diversi, dove il milione lo smarrisce anziché trovarlo, ma i suoi piccoli lettori avevano protestato, furiosi, al Corrierino. In un’Italia ancora depressa per la Grande guerra, l’ottimismo di Bonaventura e del suo Milione era ciò che ci voleva. I critici del tempo, da Alberto Cecchi a Renato Simoni, impazziscono per il Bonaventura teatrale, che intanto, nel 1928 e 1929, torna con due nuove commedia, La regina in berlina e Una losca congiura, con uno strepitoso Vittorio De Sica nei panni del verde Barbariccia e Rosetta come Felicetta.

Nell’Italia fascista del tempo, il Signor Bonaventura prende apertamente le distanze sia dalla glorificazione dei Balilla sia dal pietismo degli scolari alla De Amicis. Non è mai una maschera fascista. Si chiude invece in un ottimismo impassibile fuori dal tempo, che le cronache di allora definiscono come «cattolico e italiano», e nel buon gusto, pensato come nota dominante in un teatro per bambini dallo stesso Sto. «Essi, d’accordo, non sapranno capirlo né apprezzarlo al punto giusto, ma inconsciamente lo sentiranno e l’assorbiranno». Nel 1936 Bonaventura venne richiamato a forza a teatro con
L’isola dei pappagalli, con prima al Teatro Alfieri di Torino 18 gennaio, musica addirittura di un giovane Nino Rota. Un vero e proprio musical di successo. Al punto che Tofano, che nel cinema si era mosso quasi sempre in ruoli minori con gustose caratterizzazioni, si decise a portare lui stesso, da regista, il suo personaggio sugli schermi.

In piena guerra, siamo nel 1942, gira Cenerentola e il signor Bonaventura, sorta di mischione del suo primo romanzo, Il romanzo delle mie delusioni e della commedia La regina in berlina. Sulle pagine di Film il direttore di produzione, Fabio Franchini, rivela che sarebbe stato girato in parte a colori «nelle scene di maggior effetto coreografico, valendoci di un brevetto nuovissimo». Di certo sullo schermo il colore non si vede, ma non si vede neanche, purtroppo, il Bonaventura di Sergio Tofano, visto che il Tofano regista ha la pessima idea di farlo interpretare da Paolo Stoppa. Bravissimo, per carità, ma per nulla somigliante all’originale.

Il film non convinse, ahimè, nessuno. Nel dopoguerra, tornando al teatro, Tofano scrisse due nuove commedie del suo eroe, Bonaventura medico per forza, 1948, e Bonaventura precettore a corte, 1953. Non solo. Cercò di portare al cinema L’isola dei pappagalli, come risulta da un trattamento in inglese, The Island of Parrots – comedy for children. Inutilmente. Riuscì invece a portarlo in televisione, con lui stesso come Bonaventura e Luigi Pavese come stupendo Barbariccia in due bellissime serie di Caroselli per la Lanerossi. Al momento del milione offerto con un «i miei ringraziamenti più commossi…», Bonaventura risponde con un «…grazie, preferirei le Lanerossi ».

Dopo la scomparsa drammatica e improvvisa della moglie Rosetta, introducendo nel 1964 una raccolta di 99 vignette di Bonaventura per Garzanti, Sto scrisse: «Queste storielle di Bonaventura, Rosetta, abbracciano un arco di tempo che è quello su per giù della nostra vita insieme. Tu, accanto a me, le hai viste nascere una per una, ma sei stata la prima lettrice e spesso ispiratrice. Ora che te ne sei andata, anche lui il mio pupazzo, ha quasi contemporaneamente conclusa la sua carriera di milionario involontario ». E, più o meno, così fu.

Marco Giusti



Repubblica