L’uomo, scrive Freud in una celebre metafora, «non è padrone nemmeno in casa propria». Con questa affermazione egli si pone in continuità con Darwin e con Copernico: il primo frustra il narcisismo umano mostrando che la nostra forma di vita non deriva da Dio ma dai primati; il secondo lo frustra mostrando che la terra non è affatto al centro dell’universo ma ruota attorno al sole. Spetta però al padre della psicoanalisi intaccare il punto di maggior prestigio dell’uomo: la padronanza di se stesso, la proprietà della sua “casa” interna. L’illusione del governo di sé che aveva ispirato la saggezza greca e l’etica giudaico- cristiana e che aveva orientato la ragione filosofica moderna da Descartes in avanti, viene meno.

In primo piano è l’esperienza dell’ingovernabile che si rivela innanzitutto nella non coincidenza tra la vita del soggetto e quella della sua coscienza. È la lezione che Freud eredita da Schopenhauer e da Nietzsche: la forza pulsionale della vita trascende la coscienza, la quale non è altro che una formazione reattiva e difensiva nei confronti del carattere debordante di quella forza. Siamo agiti da una spinta che non possiamo domare né con la nostra ragione, né con la nostra volontà. Ogni sogno di padronanza dell’Io deve essere abbandonato. Tutte le forme delle cosiddette dipendenze patologiche — dal sesso, dal gioco, dalle sostanze, dagli oggetti tecnologici — offrono un ritratto estremo ed inquietante dell’ingovernabile: il giocatore d’azzardo, come il tossicomane o l’alcolista, non possono resistere alla spinta maledetta che li incatena perversamente alla loro passione.

Questa dimensione dell’ingovernabile contraddice un certo ideale superomistico di cui il nostro tempo sembra vantarsi. Contraddice l’ideale ipermoderno di una vita compiuta, sufficiente a se stessa, computerizzata, autonoma, capace di governare con sicurezza il proprio destino. Ma la vita non è mai riducibile a un algoritmo. Il caos non è l’opposto gnostico del cosmos, ma la sua matrice, la sua ombra, il suo sangue. Sempre la vita contiene un eccesso che ci sgomenta. Niente, scriveva Lacan, fa più paura della «sensazione della vita». La vita che vuole vivere è una marea montante che sembra spazzare via ogni intento educativo. Di fronte a questa marea sappiamo, tra l’altro, che quanto più il discorso educativo prova a divenire normativo nell’illusione di disciplinarla, tanto più esso rischia di fomentarne il carattere sterilmente distruttivo. Un grande psichiatra francese dell’Ottocento — Charles Lasegue — ha coniato a questo proposito una massima luminosa: «L’insistenza genera sempre resistenza». La sua applicazione è sotto gli occhi di tutti. Se gli educatori insistono troppo nei loro divieti: «Stai fermo!» «Studia!» «Mangia!», rischiano di ottenere il contrario di quello che avrebbero voluto ottenere, generando, appunto, iperattività, difficoltà di apprendimento, anoressia.

L’ineluttabilità della morte è un’altra immagine forte dell’ingovernabile. I progressi della medicina, sostenuti dalla scienza e dalla tecnica, non ci renderanno mai immortali. L’inizio della vita porta già con sé il dramma della sua fine. I sofismi filosofici che vorrebbero ridurre la morte a una apparizione estranea alla vita si sciolgono di fronte all’evento sempre «prematuro» e «innaturale», come direbbe Simone de Beauvoir, della morte.

Ma cosa fare allora con l’ingovernabile? Si tratta di negarne l’esistenza coltivando l’illusione di un mondo a nostra disposizione? Di imporre un ordine ideale che escluda ogni forma di disordine? Possiamo pensare davvero che la salute di una città o di un corpo sia garantita da un’azione di governo o di cura che escluda per principio il disordine dell’ingovernabile? La vita della polis — come quella del corpo — fronteggia sempre qualcosa che sfugge al controllo e alla padronanza: flussi migratori, violenza, criminalità, conflitti insanabili, odio e invidie sociali. L’illusione di un governo totale del mondo ha animato i deliri dei sistemi totalitari del Novecento e sostiene oggi i suoi rigurgiti fondamentalisti. Il sogno totalitario è sempre un sogno di piena padronanza: la città ridotta al monolinguismo di una etnia, di una razza, di un solo popolo, di una sola religione, dell’identità del sangue e del suolo, di una sola versione possibile della vita. Ma esiste anche una versione più soft di esclusione dell’ingovernabile; per esempio la medicalizzazione sospinta della vita, il corpo ridotto a un ingranaggio massimamente efficiente che dominano il nostro tempo. È il mito ipermoderno dell’uomo-macchina regolato dal principio di prestazione.

Vivere facendo amicizia con l’ingovernabile è una promessa impossibile? Un giusto governo della città — come quello di un corpo — non può non implicare il vortice del cambiamento, la pluralità irriducibile degli interessi particolari, la polifonia delle culture e delle etnie differenti. Non si tratta di eliminare il disordine ma di dare al disordine una giusta forma.

L’impatto con l’ingovernabile ci costringe a convivere, a fare amicizia con lo straniero. Questo comporterebbe un cambiamento radicale di mentalità. Non si tratta affatto di rassegnarsi alla potenza del Male o del Caos, ma di fare spazio a una vulnerabilità condivisa. Le arti della poesia e della scrittura offrono già un esempio illuminante di quanto sia necessario accogliere l’esposizione all’ingovernabile per rendere possibile la creazione.

Anche dalla psicoanalisi può venire un’indicazione preziosa: l’accanimento nella volontà di governo che pretende di sopprimere il disordine tende sempre a rovesciarsi nel suo contrario; un ordine ottenuto con l’applicazione crudele del potere è peggio del male che vorrebbe curare; ogni volta che l’ambizione umana cerca di realizzare un ordine senza disordine si scontra fatalmente con delle manifestazioni straripanti e anarchiche del disordine. Il governo giusto non è quello che persegue lo scopo di annullare l’ingovernabile, ma quello che lo sa ospitare. Vale per la vita del corpo come per quella della città. Non a caso è lo stesso problema che fronteggia la grande arte di tutti i tempi .

Massimo Recalcati



Repubblica