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aul Andrejco è un regista, designer, autore e burattinaio statunitense, insegna tecniche e teorie dell’animazione complessa alla Parson University di New York, è conosciuto per le sue produzioni di programmi educativi e di intrattenimento per l’infanzia, ma ha al suo attivo anche cortometraggi dark e web series dissacranti, e con PuppetHeap, la società che ha fondato, è uno dei pionieri del digitale unito a questa forma d’arte tradizionale. «Puppeteer in italiano credo si traduca con ‘burattinaio’ – spiega – ma non so se è una traduzione esaustiva in quanto questa branca dell’arte espressiva è molto articolata e intrinseca alle forme d’arte americane volte alla comunicazione.

Io vengo da un Paese che non ha radici che affondano nel teatro greco o nella commedia dell’arte, e non sto dicendo che gli spettacoli di burattini del XVII XVIII delle due maschere inglesi Punch and Judy siano la nostra tragedia greca, ma hanno una tradizione che è ancora viva ed in fieri, non relegata alla storia. Un puppeteer crea, costruisce e spesso anima un personaggio, altre volte invece si affida ad artisti performer che animeranno la sua creatura o lui si ritrova a realizzare il disegno di un altro in uno sforzo di costruzione ed interpretazione. In molti casi è la creazione di una maschera».

Quanta importanza ha il concetto di maschera in questa forma d’arte?
Il performer diventa la maschera, è depersonalizzato. Così come il coro greco non è un gruppo di individui, ma una singola voce o una presenza soprannaturale. Se l’attore dà corpo alla maschera, la maschera dà un’identità all’attore. Questo è particolarmente visibile nella Commedia dell’Arte, linguaggio veicolato dalle maschere. L’attore viene consumato dalla maschera, non è più se stesso. Se ci pensiamo le divise della polizia o dei militari funzionano allo stesso modo, depersonalizzano chi le indossa, dando loro l’identità dell’istituzione; chi le indossa diventa capace di qualsiasi azione. Penso che questo sia il significato reale e culturale della maschera: il sovrannaturale che ci porta fuori oltre il confine di noi stessi.

Ad Anny è intervenuto durante la discussione su «Puppetry and Motion Capture» per spiegare come i principali animatori di oggi stiano costruendo dei burattini con tecniche non tradizionali come i Lego o la stampa 3D.
Io ho sempre amato sperimentare e ho un’anima un po’ nerd, da ragazzo pensavo che avrei studiato ingegneria. Ora sto coniugando le due anime e da un paio d’anni produco per Sesame Studio una serie, Marvie, realizzata con digital puppets, burattini digitali ed il mio lavoro si compone in egual misura di sforzo creativo come di scrittura di codice».

Qual è la differenza tra un burattino tradizionale e un burattino digitale?
Ogni burattino è una sorta di macchina unica, un insieme di componenti funzionali, ognuno con delle peculiarità personali che riceve input dal performer tramite aste, fili o direttamente dalla mano, e proietta il risultato al pubblico. Ha un proprio tipo di intelligenza. Un burattino digitale è simile, ma la sua intelligenza è più letterale, più familiare. Il computer riceve l’ingresso del performer attraverso una varietà di sensori, ma il carattere reale è guidato da un sistema di parametri, chiamato macchina di stato, che è essenzialmente un albero logico, un sistema di risoluzione di problemi. Quindi l’esecutore influenza il burattino, ma il comportamento del personaggio alla fine è guidato dalla natura dell’oggetto stesso, un computer in questo caso, stoffa, legno, plastica gomma, carta, metallo nei burattini tradizionali». Marvie, il burattino digitale creato da Andrejco, fa parte di Sesame studio, serie di programmi online rivolti ai bambini fino ai 3/4 anni all’interno di Sesame Street, la trasmissione tv per l’infanzia, diventata famosa per la presenza dei Muppet. Creati dal burattinaio Jim Henson, i Muppet hanno fatto da capostipite per molti dei moderni spettacoli di edutainment «imparare giocando», usando un misto di marionette, animazione e scene dal vivo, per insegnare ai bambini le basi delle lettura, dell’aritmetica, ma anche consigli sulle azioni della vita di tutti i giorni, come attraversare la strada in modo sicuro, l’importanza dell’igiene, e così via. «Ho cominciato a lavorare proprio alla Jim Henson company, a New York, vent’anni fa, e posso dire che Henson e Bread and puppet, Il gruppo fondato a New York nel 1961 da Peter Schumann, sono stati per me come per molti, i capisaldi della mia formazione. Entrambi facevano, in modo diverso, una critica al sistema americano, per un certo periodo hanno anche condiviso lo stesso spazio, a New York». Lo stile di Schumann è sempre stato quello di spettacoli di strada complessi che, utilizzando maschere, marionette e pupazzi di cartapesta di dimensioni colossali, fondono musica, danza, happening e scultura, concludendosi simbolicamente con una distribuzione di pane agli spettatori.

Le grandi marionette di cartapesta sono una costante nelle manifestazioni americane.
Il puppeteer è per sua natura dissacratorio, i burattini giganti di Bread and Puppet sono presenti alle manifestazioni perché, anche a causa delle loro enormi dimensioni, spiazzano, sovvertono la percezione alterandola, stimolano i nostri sensi permettendoci di ricevere o di trasmettere più facilmente le esperienze. Burattini e maschere fanno ciò per loro stessa natura. I burattini, in qualche modo, rimuovono le nostre inibizioni, ad esempio come oggetti transazionali per i bambini nel comunicare con i genitori, ma siamo tutti figli in presenza del potere e dei malvagi! Freud direbbe che si è faccia a faccia con i nostri timori e desideri inconsci, ed è disarmante perché i burattini sono, in superficie, solo degli stupidi giocattoli, ma che improvvisamente tirano fuori le nostre emozioni più profonde e primitive e ci portano altrove.


Marina Catucci



il Manifesto