A ttaccare bottone su un treno, o in una sala d’aspetto, con qualcuno che non conosciamo, e che presumibilmente non incontreremo mai più, è un atto benefico, un piccolo ma significativo espediente di igiene mentale. Due ricercatori americani, Nicholas Epley e Juliana Schroeder, hanno di recente conferito a questa sensazione empirica tutto l’aspetto di una verità scientifica, con tanto di esperimenti condotti in una serie di luoghi pubblici. I vantaggi sui quali insistono i due studiosi del comportamento si spartiscono equamente tra chi rompe il ghiaccio e chi accetta il gioco. E del resto, questa divisione dei ruoli non viene nemmeno ricordata troppo nettamente. Che importanza ha? Quella piccola conversazione («small talk») ha tutta l’aria di un esercizio spirituale nel quale nemmeno l’argomento specifico ha un grande rilievo. Ben altra è la posta in gioco. Si tratta di vincere la peggiore delle diffidenze, il più radicato dei pregiudizi: quello di non essere abbastanza interessanti, di non aver nulla di piacevole da dire, di non pensare nulla di particolarmente intelligente. Da questo punto di vista, uno sconosciuto nel quale ci imbattiamo per caso rappresenta una vera e propria prova del nove.

La storia prende forma
Non sapendo nulla di noi, non può subire il fascino dei nostri meriti, né essere indulgente con i nostri difetti. Le parole che gli rivolgiamo, e la nostra maniera di reagire a quello che ci dice a sua volta, acquistano una pienezza e un’autonomia di significati che compensano di gran lunga l’eventuale futilità del discorso. La cosa che mi sembra più notevole di tutte, è che qualunque storia, raccontata in queste condizioni, sia costretta a prendere una forma, esigendo un supplemento di efficacia, un rispetto delle capacità di immaginazione dell’altro, che raramente riserviamo a chi ci conosce. Basta confrontare, durante un viaggio in treno, la sostanziale piacevolezza delle chiacchiere tra sconosciuti e le conversazioni al telefonino. Le prime le orecchiamo volentieri, anche quando non vi partecipiamo. Sono minuscoli frammenti di esperienza, immagini del mondo alle quali ci è concesso di partecipare. Chi parla al telefono con qualche familiare o qualche amico, al contrario, produce solo un rumore fastidioso. Evoca cose risapute, e più che informare si lascia riconoscere. Sembra quasi che il fatto tecnico della propria reperibilità diventi l’unica esperienza reale che viene davvero comunicata nella maggior parte di queste telefonate. Non è un caso se, durante un viaggio in treno, le subiamo e le infliggiamo come degli atti maleducati, mentre nessuno è infastidito dalla conversazione tra due persone in carne e ossa.

Vecchi vagoni a sei posti
Molti di noi sono ancora in grado di ricordare quell’inconfondibile atmosfera narrativa che si creava negli scompartimenti a sei posti dei vecchi vagoni ferroviari: non potevamo saperlo, ma quello era l’ultimo atto della storia gloriosa di un popolo di cantastorie, di profondi conoscitori del cuore umano e degli scherzi della sorte. Oggi ce ne stiamo tutti zitti, imprigionati nelle cuffiette, oppure ammorbiamo chi ci sta vicino parlando con qualcuno che non è lì. Ormai sembriamo tutti quei nevrotici descritti da Freud in un geniale e profetico saggio del 1909, sempre chiusi nella loro testa a tessere un romanzo senza né capo né coda, che ci risarcisca delle ingiustizie (vere o presunte) della vita. Ed è così che stiamo sempre a contatto con tanta gente, fin troppa gente, ma non impariamo mai nulla.

Il palloncino nella testa
È come se sulle nostre teste dondolasse un palloncino, riempito dal gas nocivo della nostra immaginazione senza scopo, senza luce. Per fortuna, esistono ancora persone abbastanza sane da venircelo a bucare, quel maledetto palloncino pieno di umori pestilenziali. Non gli avevamo chiesto nulla, eppure iniziano a risponderci qualcosa. Oppure siamo addirittura noi che in uno di quei rari, inestimabili momenti in cui ne abbiamo abbastanza di noi stessi, ci siamo fatti sfuggire due parole, quasi come se parlassimo da soli. È un momento così propizio, che si potrebbe veramente sospettare l’intervento di un angelo. Sprecarlo, è un vero delitto.

Emanuele Trevi



Corriere della Sera