Il 7 novembre la filosofa e teorica degli studi di genere Judith Butler ha collaborato all’organizzazione di un convegno sulla democrazia a São Paulo, in Brasile. Il convegno non aveva nulla a che fare con il tema dei transgender, ma una folla di manifestanti di destra si è radunata davanti al luogo dell’iniziativa e ha bruciato un ritratto di Butler gridando “Queimem a bruxa!”, bruciamo la strega. Questo strano incidente è l’ultimo di una lunga serie che dimostra come la differenza sessuale oggi sia politicizzata in due modi complementari: la “fluidificazione” transgender delle identità di genere e la conseguente reazione neoconservatrice.

La famosa descrizione della dinamica capitalistica nel Manifesto comunista di Marx ed Engels dovrebbe essere integrata dall’osservazione che, con il capitalismo globale, anche nella sfera sessuale “l’unilateralità e la limitatezza diventano sempre più impossibili”, che anche nel campo delle pratiche sessuali “tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, ogni cosa sacra viene profanata”. Il capitalismo tende a sostituire l’eterosessualità normativa standard con una proliferazione di identità e orientamenti mutevoli e instabili.

L’attuale celebrazione delle “minoranze” e degli “emarginati” è la posizione dominante della maggioranza: perfino i sostenitori del suprematismo bianco statunitense che denunciano il terrorismo del politicamente corretto progressista si presentano come protettori di una minoranza a rischio di estinzione. O pensate a quei critici del patriarcato che lo attaccano come se fosse ancora una posizione egemonica, ignorando quello che Marx ed Engels hanno scritto più di centocinquant’anni fa, nel primo capitolo del Manifesto comunista: “La borghesia, dovunque ha avuto la meglio, ha posto ine a tutte le relazioni feudali, patriarcali, idilliache”. Quest’affermazione è ancora ignorata da quei teorici di sinistra che concentrano la loro critica sull’ideologia e la prassi patriarcale.

Ma cosa dovremmo fare rispetto a questa tensione tra fluidificazione e difesa dell’egemonia? Dobbiamo limitarci a sostenere la fluidificazione transgender delle identità e allo stesso tempo continuare a criticarne i limiti? Oggi sta esplodendo un terzo modo di contestare la forma tradizionale delle identità di genere: le donne che denunciano in massa la violenza sessuale maschile. È in corso un cambiamento epocale, un grande risveglio, un nuovo capitolo nella storia dell’uguaglianza. Il modo in cui le relazioni tra i sessi sono state regolate e organizzate per migliaia di anni viene messo in discussione e contestato. E ora la parte che protesta non è una minoranza lgbt+, ma una maggioranza, le donne. Ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo, è qualcosa che noi (almeno vagamente) abbiamo sempre saputo e che semplicemente non eravamo capaci di (o disposti e pronti a) affrontare apertamente: centinaia di modi di sfruttare le donne sessualmente. Le donne oggi cominciano a far emergere il lato oscuro delle nostre affermazioni ufficiali di uguaglianza e rispetto reciproco, e ciò che stiamo scoprendo è, tra l’altro, quanto fossero (e siano) ipocrite e unilaterali le nostre critiche sull’oppressione delle donne nei paesi musulmani: dobbiamo fare i conti con la nostra realtà di abuso e sfruttamento.

Come in ogni rivolgimento rivoluzionario, ci saranno molte “ingiustizie” e paradossi: per esempio, dubito che le azioni del comico statunitense Louis C.K., per quanto deplorevoli e oscene, possano essere messe sullo stesso piano di una vera e propria violenza sessuale. Ma, ancora una volta, tutto questo non deve distrarci; dobbiamo invece concentrarci sui problemi che ci aspettano. Anche se alcuni paesi si stanno già avvicinando a una nuova cultura sessuale postpatriarcale (per esempio l’Islanda, dove due terzi dei bambini nascono fuori dal vincolo matrimoniale e dove le donne occupano più cariche istituzionali degli uomini), uno dei compiti cruciali è, in primo luogo, quello di riflettere su cosa stiamo guadagnando e cosa stiamo perdendo in questo rivolgimento delle procedure di corteggiamento che abbiamo ereditato: bisognerà stabilire nuove regole in modo da evitare una sterile cultura di paura e incertezza. Alcune femministe intelligenti hanno osservato parecchio tempo fa che se cerchiamo di immaginare un corteggiamento in tutto e per tutto politicamente corretto, arriviamo curiosamente vicini a un formale contratto commerciale. Il problema è che sessualità, potere e violenza sono intrecciati molto più intimamente di quanto potremmo aspettarci, tanto che perfino elementi di ciò che è considerato brutale possono essere sessualizzati, vale a dire caricati di libidine: dopotutto il sadismo e il masochismo sono forme di attività sessuale. La sessualità depurata da violenza e giochi di potere può ritrovarsi desessualizzata.

Il secondo compito è fare in modo che l’esplosione in corso non resti limitata alla vita pubblica dei ricchi e famosi ma si diffonda e penetri nella vita quotidiana di milioni di comuni individui “invisibili”. E l’ultimo punto (ma non il meno importante) è riflettere su come collegare questo risveglio alle lotte politiche ed economiche di oggi, cioè come impedire che l’ideologia (e la prassi) liberale occidentale se ne appropri facendone l’ennesimo modo di riaffermare la sua superiorità. Bisogna adoperarsi perché questo risveglio non si trasformi in un nuovo caso in cui la legittimazione politica si basa sullo status di vittima del soggetto.

La caratteristica fondamentale della soggettività di oggi è proprio la bizzarra combinazione del soggetto libero che si ritiene il responsabile ultimo del suo destino e del soggetto che fonda l’autorità del suo discorso sul proprio status di vittima di circostanze fuori del suo controllo. Ogni contatto con un altro essere umano viene vissuto come una potenziale minaccia: se l’altro fuma, se mi lancia uno sguardo carico di desiderio, mi sta già facendo del male. Questa logica della vittimizzazione oggi è universalizzata, e si estende ben oltre i classici casi di molestie sessuali o razziste. Pensate alla crescente industria del risarcimento danni, dalle vicende dell’industria del tabacco negli Stati Uniti, alle richieste economiche delle vittime dell’olocausto e dei lavoratori coatti nella Germania nazista ino all’idea che gli Stati Uniti dovrebbero pagare agli afroamericani centinaia di miliardi di dollari per tutto quello di cui sono stati privati a causa della schiavitù. Questa idea del soggetto come vittima irresponsabile implica l’estrema prospettiva narcisistica da cui ogni incontro con l’Altro appare come una minaccia potenziale al precario equilibrio immaginario del soggetto. In quanto tale, non è il contrario, ma piuttosto l’intrinseca integrazione del libero soggetto progressista: nella forma di individualità oggi dominante, l’affermazione egocentrica del soggetto psicologico paradossalmente si sovrappone alla percezione di sé come vittima delle circostanze.

In un albergo di Skopje qualche tempo fa la mia compagna ha chiesto se nella nostra stanza era permesso fumare. La risposta che ha ricevuto dall’addetto alla reception è stata straordinaria: “Naturalmente no, è proibito dalla legge. Però nella stanza ci sono dei portacenere, quindi non è un problema”. Ma le nostre sorprese non sono finite qui: entrando nella stanza abbiamo effettivamente visto sul tavolo un posacenere di vetro con un’immagine dipinta sul fondo, una sigaretta sulla quale c’era un grosso cerchio attraversato da una linea diagonale, un segnale di divieto. Perciò non era il solito gioco che fanno negli alberghi tolleranti dove ti bisbigliano con discrezione che, anche se ufficialmente è proibito, puoi farlo con cautela, davanti alla finestra aperta o qualcosa del genere. La contraddizione (tra divieto e permesso) era apertamente assunta e quindi cancellata, trattata come inesistente. Il messaggio, cioè, era: “È proibito, ed ecco come si fa”. Tornando al risveglio in corso, il pericolo è che, allo stesso modo, l’ideologia della libertà personale possa fondersi senza sforzo con la logica del vittimismo (con la libertà che viene silenziosamente ridotta alla libertà di affermare la propria posizione di vittima), rendendo quindi superflua una radicale politicizzazione emancipatrice di questo risveglio, e trasformando la battaglia delle donne in una delle tante lotte, contro il capitalismo globale, il razzismo o la minaccia ambientale.

Slavoj Žižek



Internazionale